| Materiali |
legno, tela, angolari di raccordo in acciaio inox, velcro |
| Dimensioni: | Dimensioni variabili |
21.10.07 | 07.01.08
Luciano Fabro
In cubo
1966
L’opera è un volume regolare, formato da una struttura in legno con raccordi in metallo, variabile nelle dimensioni secondo la persona cui è destinato. Con le sue cinque pareti di tela, sufficientemente spesse da non essere trasparenti, questo parallelepipedo crea uno spazio personale e privato, fruibile solo entrandovi all’interno. È una camera d’aria concepita a misura del singolo individuo, in cui l’uomo si trova a essere l’unico elemento di confronto con la porzione di spazio che gli compete, come mostra la sequenza fotografica che ritrae l’artista intento a verificare dimensioni e proprietà del suo cubo. Misurando lo spazio attraverso l’estensione del proprio corpo e sperimentando la ricchezza di variazioni fisiche e sensoriali che esso offre, egli ritrova per mezzo di semplici atti le basi di un comportamento che è anche coordinamento interiore, in qualche modo spontaneo e inconscio. Anche per questo motivo l’opera rimanda alla figura dell’Homo ad quadratum e all’antropometria [scienza che misura il corpo umano] di tradizione umanistica, che dal Canone di Policleto [V sec. a.C.], attraverso il De Architettura di Vitruvio [I sec. a.C.], trova espressione nell’Uomo vitruviano disegnato da Leonardo da Vinci [1478-90].
Le pareti di tela lasciano filtrare all’interno i rumori e la luce dello spazio esterno e questi elementi, insieme al pavimento, mantengono il contatto con l’ambiente circostante, anche se questo non è visibile. Il risultato è “la cancellazione del senso di chiuso”, ribadita dalla mancanza della sesta parete di tela, che consente di entrare e uscire liberamente dal cubo. Come accade nelle opere in vetro, la luce naturale dell’ambiente ha la funzione di rivelare lo spazio quale relazione animata, sia tra gli elementi che lo compongono sia tra soggetto e oggetto. Per questo né In-Cubo né alcun Habitat realizzato da Fabro è segnato da luci artificiali o luci appositamente create. Al contrario, tutti i suoi lavori condividono le condizioni di luce del luogo che li accoglie. Questa maggiore naturalezza d’immagine è ciò che differenzia Fabro da Lucio Fontana, il quale usa invece la luce di Wood (1949) e il neon (1951) per creare i suoi “ambienti spaziali”.
Nonostante l’aspetto minimalista, la geometria di questa come di altre architetture di Fabro è da considerarsi solamente in quanto strumento conoscitivo e ordinatore dell’esperienza dello spazio, e non acquista un ruolo prevalente come invece accade nelle Primary Strutture americane. In Cubo, infine, apre la riflessione sullo spazio che circonda la persona e per tale motivo può essere considerato un “proto-habitat”. Diversamente dagli Habitat, però, sottende anche un carattere performativo, nel senso che implica l’azione dell’artista, documentata infatti nelle fotografie scattate nel 1966 da Giovanni Ricci. In questo senso l’opera anticipa Allestimento teatrale. Cubo di specchi progettato da Fabro nel 1967 per la Sala delle Colonne del Teatro Stabile di Torino: un cubo completamente specchiante all’interno e all’esterno, in cui l’attore, una volta entrato, sperimenta lo spazio e, per mezzo di altoparlanti, rende partecipe il pubblico che, seduto fuori, osserva il proprio riflesso sulle facce del cubo.
Tutti i nostri sensi si mettono in moto, tutto il nostro fisico reagisce quando siamo interessati a qualcosa, quando entriamo in contatto con qualcosa o qualcuno altro ...
[ continua ]

![Luciano Fabro, Concetto spaziale [Trigon]. Tautologia](http://mm.fondazionedonnaregina.it/foto/box_80/opera144_museo_madre.jpg)





















