| Materiali |
Cavalli vivi |
| Dimensioni: | Dimensioni variabili |
22.04.06 | 04.11.06
Jannis Kounellis
Senza Titolo
1969
Courtesy :
Collezione privata
Nel gennaio 1967 Kounellis organizza a Roma una sua mostra personale presso la Galleria L’Attico di Fabio Sargentini, dove espone dodici cavalli vivi. Egli racconta di essere stato ispirato da una frase di Andrè Breton in Le surrealisme au service de la revolution, secondo la quale qualcosa potrebbe riuscire altrettanto impossibile quanto ai tartari portare i loro cavalli ad abbeverarsi alle fontane di Versailles. Da qui lo spunto a portare i cavalli nello spazio di una galleria privata, per sua natura segnato da ragioni economiche e sociali, con il dichiarato intento di creare una tensione radicale, un taglio nella comunicazione e nella fruizione tradizionale dell’arte. Con la loro presenza incontrollabile e vitale, i cavalli intimidiscono lo spettatore costringendolo a una situazione di passività e disagio. Soprattutto, condizionano fisicamente lo spazio neutro della galleria d’arte fino a mutarne il senso e a metterne in crisi la struttura percettiva. Da luogo anonimo e astratto, vincolato all’attività intellettiva, la galleria diventa uno spazio concretamente reale e aperto all’esperire di tutti i sensi.
Al contempo i cavalli provengono dalla struttura socio-politica del passato e si riferiscono a un’immagine classica. Alleato in passato dell’uomo in guerra, nei viaggi, nell’agricoltura, questo animale costituisce un nodo gordiano di memoria storica e artistica: dai cavalli del Partenone a quelli in bronzo del portico di San Marco a Venezia, dai cavalli stereometricamente concepiti da Paolo Uccello e Piero della Francesca al Monumento a Trivulzio di Leonardo da Vinci a Milano, dai cavalli impazziti di Théodore Géricault a quelli nobili di Eugène Delacroix, fino ai cavalli di Pablo Picasso che soffrono e muoiono in Guernica. Nella storia dell’arte il cavallo occupa una posizione estetica seconda solo a quella dell’uomo per la bellezza e l’energia vitale che esprime, ma in Kounellis l’illusione della sua rappresentazione (pittorica o scultorea) si traduce nella realtà della sua diretta presentazione.
La mostra ebbe un impatto dirompente sul contesto artistico di allora, tanto che Claudio Cintoli sentenziò: «Dopo la mostra de L’Attico, come per i sacchi di Burri o il dripping di Pollock, si può affermare: se sono cavalli sono Kounellis» (C. Cintoli, Se sono cavalli sono Kounellis, “Cartabianca”, Roma, 15 maggio 1969, in J.-C. Ammann et al., 1983, p. 66).
Rispondendo alla medesima logica e a un rinnovato bisogno di scuotere lo spettatore da un nuovo torpore, i cavalli riappaiono alla Biennale di Venezia del 1976 per sottolineare l’immobilità della condizione culturale e sociale seguita alle tensioni ideali e rivoluzionarie del ’68.
Già nei primi lavori, eseguiti negli anni immediatamente successivi al trasferimento a soli venti anni a Roma dalla natia Grecia, tra il 1957 ed il 1958, risulta evidente ...
[ continua ]
Galleria L’Attico, Roma, 1969 (dodici cavalli); XXXVII Biennale Internazionale d’Arte, Venezia, 1976 (otto cavalli); A short history of performance: part one, Whitechapel Art Gallery, Londra, 2002



















































