Mario Merz
Milano 1925 | Milano 2003
Nel settembre del 1967 si inaugura nella galleria La Bertesca di Genova la mostra Arte Povera curata da Germano Celant, che si occupa della definizione teorica del movimento omonimo. La scelta del termine rimanda al lessico del regista Jerzy Grotowski, che aveva proposto, fin dall’inizio degli anni Sessanta, la costituzione di un “teatro povero”: i grandi spettacoli basati sulle tecniche della finzione scenica devono lasciare posto al rapporto esclusivo tra attore e spettatore, recuperando la funzione catartica del rito. Gli artisti dell’arte povera portano avanti la stessa ricerca estetica: le loro opere rinunciano alla finzione della rappresentazione, per presentare tautologicamente sé stesse in quanto elementi soggetti alle forze della natura, allo scorrere del tempo, alla finitezza della contingenza. Le immagini si trovano ad un livello pre-iconografico: non esistono rimandi simbolici o ambiguità semantiche, gli oggetti sono
investiti del loro significato primario d’esistenza. Il presente è l’unica realtà che si
vuole dominare, con un atteggiamento militante di critica verso il sistema.
Mario Merz incarna queste prospettive di ricerca, offrendo allo spettatore un universo mutevole e indefinito, dove tutte le certezze scientifiche di progresso vengono meno. L’uso della serie di Fibonacci inizia nel 1969: si tratta di una sequenza, inventata dal matematico medievale Leonardo Fibonacci, in cui ogni numero è la somma degli altri due precedenti. L’ordine della natura non si concretizza nella concezione lineare di progresso o nella misurazione di dati stabili: la sequenza di Fibonacci è mutevole ed infinita.







