Claude Closky
Parigi 1963
A prima vista, Claude Closky è un artista che vive a stretto contatto con l’immateriale. È a suo agio con i mezzi di comunicazione elettronici, e alcuni degli oggetti che realizza non si rivelano immediatamente. Prendiamo i libri, per esempio: tra i materiali che utilizza – immagini, testi, cifre, e suoni campionati dal nostro ambiente – la lingua sembra essere lo strumento di appropriazione più diretto. Ma questo non allontana il suo lavoro dalla specificità materiale, dal suo grado di visibilità o dal modo in cui occupa lo spazio. Quando realizza un’opera sulla superficie, il mondo appare falso. Si appropria delle modalità di comunicazione più ordinarie della vita quotidiana e rivela le sue forme, riarticolandola discretamente o ridistribuendo la visibilità o le parole. Gioca con le regole, i codici e le gerarchie di cui sono fatte le nostre esistenze nel quotidiano: “Io vedo due modi per creare una distanza critica dai modelli che governano la nostra vita quotidiana: contrapporle ad un nuovo discorso per contraddirle, o seguire la loro logica e condurla fino all’assurdo. Essendo un artista, non posso che scegliere il secondo metodo. Non voglio dilungarmi su dotte teorie sulla società o sui media. Non è necessario dimostrare di aver letto Mac Luhan per realizzare un’opera. Se proprio devo collocarmi in una storia, questa sarà la storia dell’arte e degli artisti che mi hanno preceduto”. Pensate di star scivolando in azioni automatiche, ma in realtà siete entrati in un labirinto. Il risultato può essere sorprendente, la delusione è calcolata e il disagio resta.




