Mona Hatoum
Beirut 1952

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Il lavoro deve avere, primariamente, una presenza formale forte, e attraverso l’esperienza fisica attivi una risposta psicologica ed emotiva. In senso davvero generale voglio creare una situazione in cui la realtà stessa sia messa in questione, costringendo ognuno a rivedere le proprie idee e le proprie relazioni con le cose che lo circondano. […] Lo spettatore è sempre in qualche o implicato o visivamente e psicologicamente catturato in alcune installazioni. Anche le sculture basate su mobili e oggetti hanno a che fare con il corpo […] Mi piace usare i mobili perché parlano della vita di tutti i giorni. Alcuni oggetti sono vagamente funzionali, ma spesso sono trasformati in oggetti inutili. Usualmente pensiamo che i mobili diano ausilio e conforto al corpo, ma se si trasformano in oggetti instabili o minacciosi diventano emblemi della nostra fragilità. [Mona Hatoum, 1988 ]*
Mona Hatoum nasce l’11 febbraio 1952 a Beirut da una famiglia d’origine palestinese. Durante un soggiorno a Londra nel 1975, a causa dello scoppio della guerra civile in Libano, è costretta all’esilio. A Londra frequenta la Byam Shaw School of Art (1975-79) e la Slade School of Fine Art, che fa parte dell’University College (1979-81), dove s’interessa, prima, all’arte minimalista e concettuale e poi all’analisi delle strutture del potere. Tra il 1982 e il 1988 incentra la propria ricerca sul corpo, indagato sia come confine biologico e sociale, come luogo di protesta e contestazione, sia come veicolo di riflessione sulle strutture e le dinamiche di sorveglianza all’interno di performance, fotografie e video vicini alle esperienze del movimento femminista (Over my dead body , 1988 ) e tese a una critica radicale dell’establishment. Le performance d’esordio, come United Orificies e Don’t Smile, You’re on Camera, risalenti ai primi anni ottanta, focalizzano provocatoriamente l’attenzione su questioni specifiche legate al corpo, sui ruoli prestabiliti dell’uomo e della donna, le relazioni di potere e il loro possibile ribaltamento, coinvolgendo direttamente il pubblico, spesso esposto e indagato in prima persona. Ne è un esempio Changing Parts (1984, video), in cui Hatoum alterna fotografie in bianco e nero di un vecchio bagno con le riprese di una sua performance del 1982, Under Siege, in cui l’artista combatteva per 7 ore per liberarsi da un contenitore di politene semi trasparente, scivolando ripetutamente sul fango. La condizione di esilio la spinge a riflettere sulla relazione tra Oriente e Occidente, come testimonia il video Measures of Distance (1988, The Museum of Modern Art, New York), in cui immagini della madre nell’atto di lavarsi s’intrecciano all’audio di una loro conversazione telefonica, seguite dalla voce dell’artista che traduce il testo arabo della lettera in sovrimpressione. Alla fine degli anni 80 Hatoum abbandona la performance in favore di linguaggi meno direttamente politici. Una prima scultura di grandi dimensioni, The Light At the End, è esposta nel 1989 alla Showroom Gallery e nel 1990 nella collettiva British Art Show al South Bank Centre. È un’opera allo stesso tempo attraente e repulsiva, composta da sei barre verticali luminose che solo a una visione ravvicinata, per il calore emanato, si rivelano essere pericolose resistenze incandescenti. Nello stesso anno un altro suo lavoro di “fuochi elettrici”, Alive and Well, è presentato al Victoria Tunnel, allora individuato come spazio per grandi installazioni d’arte. Segue nel 1992-93 Socle du Monde, che trasforma l’installazione omonima dell’italiano Piero Manzoni (1961) in un piedistallo coperto di magneti per suggerire una corrispondenza vitale tra le forme viventi. Nel 1995, in seguito alle personali tenute al Centre Georges Pompidou di Parigi (1994) e alla White Cube di Londra (1995), Hatoum è candidata al The Turner Prize ed espone alla Tate Modern due installazioni ambientali. La prima, Corps étranger (Foreign Body) (Collection Centre Goerges Pompidou, Parigi): un video proiettato su uno schermo circolare collocato a terra, sul quale, per mezzo di una telecamera endoscopica, prende forma un viaggio fantastico all’interno del corpo dell’artista. Il titolo fa riferimento sia al corpo estraneo della telecamera, sia al corpo umano come qualcosa di alieno e non conosciuto, almeno quanto straniera è l’artista per la cultura patriarcale europea, perché donna e perché esule. L’altro lavoro, Light Sentence (1992, Collection Centre Goerges Pompidou, Parigi), è costituito da un’alta gabbia metallica a forma di U e dalle superfici a griglia, in cui un tubolare di luce si muove lentamente creando lenti movimenti di ombre e un senso di instabilità e spaesamento. La particolare struttura, debitrice dell’estetica minimalista, fa riferimento alla progettazione occidentale degli spazi, pubblici e privati, come incarnazioni della volontà di dominio dello Stato (o delle maggioranze) sull'individuo o sui gruppi sociali minoritari. Nello stesso anno partecipa alla 46a Biennale di Venezia del 1995. Parlano analogamente di violenza istituzionale gli spazi destabilizzanti creati dalle installazioni Quarters (1996) - nata a partire dalla fotografia di una prigione scatta dall’artista nel carcere di Filadelfia - e Current Disturbance (1996), esposti entrambi nella personale organizzata dal New Museum di New York, che raccoglie la ricerca di Hatoum dagli esordi al 1998 (tra gli altri lavori esposti: Roadworks, 1985; High Relief, 1992; Incommunicado, 1993; You are Still Here, 1994; Pin Carpet e Entrails Carpet, 1995; First Step e Marrow, 1996).
Un suo lavoro acquistato da Charles Saatchi è incluso nel 1997 nella collettiva Sensation alla Royal Academy di Londra (poi itinerante a Berlino e a New York). Il passo successivo in questa riflessione sul rapporto tra identità individuale e senso d’appartenenza culturale e geografica sono oggetti domestici modificati o defunzionalizzati nella scala dimensionale, per evocare le situazioni di oppressione e costrizione che spesso si annidano nella nostra libertà quotidiana. Familiarità ed estraneità si legate insieme in queste sculture minacciose e inospitali. The Entire World as a Foreign Land s’intitola infatti la personale dell’artista ospitata nel 2000 dalla Tate Gallery di Londra. Tra le opere esposte: Grater Divide, Vicious Circle e Home (1999, Hudson Valley Center for Contemporary Art), che parlano di prigioni non solo fisiche ma mentali, come l'alcoolismo. In Homebound (2000), invece, presentato nel 2002 a Documenta 11 a Kassel, l’intero spazio della quotidianità domestica è trasformato in una prigione ad alta tensione, dove ogni oggetto emana la minaccia di una scossa elettrica. Il titolo, traducibile come "vincolo familiare", fa riferimento a un racconto di Assia Djebar, Women of Algiers in Their Apartment, in cui lo scrittore e regista algerino denuncia della condizioni di vita della donna in Algeria all’indomani della conquista dell’indipendenza. Legata a questo tema è anche Keffieh (1993-99): il tradizionale copricapo maschile arabo ricamato però con capelli, materiale che d’ora in avanti ritorna frequentemente nel lavoro dell’artista. Hatoum torna a parlare di prigioni, reali e invisibili, nel 2002 al Centro de Arte de Salamanca, un ex-carcere franchista, reinterpretandone una delle pesanti porte girevoli di metallo (Huis clos, ossia "udienza a porte chiuse). Presentata in catalogo da Edward Said, espone nel 2005 alla 51a Biennale di Venezia “oggetti che non offrono né riposo né sollievo”, tra i quali sono un tappeto di sinuosi fili elettrici (Undercurrent, 2004) e un’enorme livella-passino (+ and -, 1994/2004), dove il senso dell’esistenza viene continuamente accompagnato dalla paura della scomparsa. Nel 2008 vince il prestigioso Rolf Schock Prizes e nel 2009 espone nella collettiva Anthropology: Revisited, Reinvented, Reinterpreted, curata da Jon Coffelt e Maddy Rosenberg al Central Booking di Brooklyn. Agli stessi anni risalgono le personali al Darat Al Funun, in Giordania (2008) e alla Fondazione Querini Stampalia e Venezia (2009). Vive a Londra.
* Mona Haotum intervistata da Janine Antoni, in “Bomb Magazine”, New York, primavera 1998
Edward W. Said
UNITED KINGDOM London - 2000
Tate publishing
Paravent
2008
| Materials |
black finished steel |
| Height: | cm. 302.00 |
| Width: | cm. 211.00 |
| Depth: | cm. 5.00 |
| Edition: | 1/ 3 |
Daybed
2998
| Materials | black finished steel |
| Height: | cm. 31.50 |
| Width: | cm. 219.00 |
| Depth: | cm. 98.00 |
| Video | |
| Duration: | 1/ 3 |

Mona Hatoum: Interior Landscape 
Mona Hatoum 
Mona Hatoum: The Entire World as a Foreign Land

